Così forse direbbe Charles Bukowski di fronte alle 12 fotografie in bianco e nero scattate da Mario Conti, in arte Zri. Al guinzaglio o sciolti; a riposo o di corsa; nascosti in un angolo o al centro di una piazza; di qualcuno o di tutti: perché proprio quelli senza padrone sembrano avere gli occhi più buoni e non possono essere di nessuno. Anche la macchina fotografica di Zri sembra osservare il mondo con la stessa dinamica degli occhi di un cane: da troppo basso o da troppo alto, da dove un uomo comunque non riuscirebbe ad arrivare ma non l’occhio di un fotografo. Oppure in linea d’orizzonte ma, in questo caso, è quasi eclissi di luna piena, sembra l’una di notte. Proprio nei contrasti e nei giochi di luce e buio, sembra ingannarci Zri, in un’atmosfera notturna perché…”E’ bella di notte la città. C’è pericolo ma pure libertà. Ci girano quelli senza sonno, gli artisti, gli assassini, i giocatori, stanno aperte le osterie, le friggitorie, i caffè…Tra quelli che campano di notte. Le persone si perdonano i vizi. La luce del giorno accusa, lo scuro della notte dà l’assoluzione”. Così scrive Enri De Luca ne “Il giorno prima della felicità”. Ma diversamente dallo scrittore, nelle fotografie di Zri la luce non accusa né acceca, concede ombra che conforta e ci attende, e che suggerisce un varco da oltrepassare verso “l’assoluzione” della notte che sarà. E magari in compagnia di un buon amico, anche un cane.
Daniela Cappello